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Pietre e narcisi

 

“... macché riposati. È la testa che non si ferma mai”.
Ieri sera, salendo insieme le scale di un lunedì sera, così borbottò rauco e amaro il capofamiglia, con le figlie sparse qui e là, indipendenti, e l’idea fissa di una casa diroccata sull’orlo aspro di una montagna. E gli unici baluardi contro la corrosione del presente e degli anni – i ricordi della gioventù fra i portici e il mercato, i matrimoni del paese, i carri dei narcisi di ferragosto – trasformati in un incubo, in spazi inaccessibili per sempre agli occhi e all’immaginazione.
Luoghi d’antico sangue sono stati spazzati via da una corrente d’aria invisibile, che ha sbriciolato pareti di cartapesta. La distruzione ha lasciato un vuoto angoscioso, una bolla d’aria che blocca il libero circolare dei pensieri; e un rumore continuo di immagini. Per il sottoscritto, erano paesaggi ormai adottati. Soprattutto la città delle cannelle, che avevo scoperto soltanto l’estate scorsa, a causa di un’indolenza ottusa e rancida che a volte paralizza le azioni più semplici. Oggi la mente non riesce a superare la barriera del passato, a considerare ciò che resta: la sensazione più insana e dolorosa è la certezza dell’irreversibilità, di non poter tornare indietro, al principio, all’istante prima del tuono.

Pubblicato il 14/4/2009 alle 15.15 nella rubrica la forma della memoria.

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