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Centuria

le recensioni inutili 6/3/2009



Centuria
(1979) di Giorgio Manganelli è uno dei libri davvero impossibili del Novecento italico, peraltro un po’ misero di opere di rottura dal respiro come minimo europeo. 
Dal sottotitolo si legge: cento piccoli romanzi fiume. Romanzi?! Già, l’uso al plurale del termine indicante il pervertito genere letterario viene qui privato della sua spocchia nobile, grandiosa, dall’“ampio respiro narrativo”. Ma come? cento romanzi in un libro? In realtà, ovviamente, non è così. Siamo davanti piuttosto a spicchi raggelati di altri mondi, talvolta a trascrizioni allucinate di incubi appena scampati. In definitiva, una raccolta ragionata di paradossi metafisici e sentimentali.
Quanto alla forma (la benedetta forma...), anche se sarebbe buono e giusto accostare l’opera al Gruppo ’63, in effetti la matrice ideale è da ricercare nell’anamorfismo, artitificio rinascimentale ma più grandiosamente barocco atto a cangiare aspetto e percezione di un ente (libro, stanza, animale, donna, i barocchi facevano di tutto..); soltanto sciogliendo l’inganno l’ente stravolto torna alla sua “appercezione” naturale. Ed ecco questi cento fantasmi di storie ficcati in volume. Da orgasmo, anche solo da tenere chiusa in mano, l’edizione Adelphi 1995.