blog, scrittura, pensieri di piume in difficoltà blog, scrittura, pensieri di piume in difficoltà giornivariabili | giorni variabili | Il Cannocchiale blog Pietre e narcisi
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Pietre e narcisi

la forma della memoria 14/4/2009

 

“... macché riposati. È la testa che non si ferma mai”.
Ieri sera, salendo insieme le scale di un lunedì sera, così borbottò rauco e amaro il capofamiglia, con le figlie sparse qui e là, indipendenti, e l’idea fissa di una casa diroccata sull’orlo aspro di una montagna. E gli unici baluardi contro la corrosione del presente e degli anni – i ricordi della gioventù fra i portici e il mercato, i matrimoni del paese, i carri dei narcisi di ferragosto – trasformati in un incubo, in spazi inaccessibili per sempre agli occhi e all’immaginazione.
Luoghi d’antico sangue sono stati spazzati via da una corrente d’aria invisibile, che ha sbriciolato pareti di cartapesta. La distruzione ha lasciato un vuoto angoscioso, una bolla d’aria che blocca il libero circolare dei pensieri; e un rumore continuo di immagini. Per il sottoscritto, erano paesaggi ormai adottati. Soprattutto la città delle cannelle, che avevo scoperto soltanto l’estate scorsa, a causa di un’indolenza ottusa e rancida che a volte paralizza le azioni più semplici. Oggi la mente non riesce a superare la barriera del passato, a considerare ciò che resta: la sensazione più insana e dolorosa è la certezza dell’irreversibilità, di non poter tornare indietro, al principio, all’istante prima del tuono.


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Ritorno a Luvaira

la forma della memoria 20/2/2008




Rileggere è sempre suonato un po’ male, come se un morboso stallo della mente impedisse di guardare altrove. Rileggere significava mettere radici infide, avviare un moto circolare verso il basso. La norma è risultata valida soprattutto per i romanzi. Riprendere in mano La spia che venne dal freddo, per esempio, mi ha sempre ripugnato: era la paura, credo, d’incappare in una delusione postuma; il pericolo era di far sgretolare una storia che si è appigliata all’immaginario come una delle trame più incredibili del Novecento letterario. Una cosa differente è accaduta invece con Francesco Biamonti. I suoi quattro romanzi, esili e bellissimi, li ho letti di nascosto durante gli inutili pomeriggi passati dentro la biblioteca della Normale (periodo di apatia intellettuale che oggi provoca una rabbia furiosa). Libri presi in prestito, mai posseduti. Così di recente ho trovato in rete Vento largo, prima edizione 1991 Supercoralli. Forse, dei quattro è il più tendente all’astrattismo. Il passeur Varì – uomo di mezza età e desertificato dal mistral impietoso – si mette sulle tracce di Sabel, la giovane e fiamminga Sabel che, senza motivo, un giorno è scomparsa nel nulla. Tra le cime a picco sul mare e la costa provenzale, Sabel rimane il nostro unico legame, la sola speranza dentro un mondo riparato e solitario. L’unico affetto, che diventa un sistema invincibile per la sopravvivenza dell’anima.


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Il fondale

la forma della memoria 12/12/2007






 

Vantano le sorti progressive della rete, ma quanto si sbagliano. Il futuro vi trova spazio solo in minima parte; al contrario la rete è diventata ben presto il fondale sterminato del ricordo. I documenti, le persone, le azioni e gli eventi anche più effimeri s’annidano in nuclei abbandonati. La rete diventa così il luogo d’incontro per le nostre storie sepolte, per i rimpianti duri a morire, per quelle cose che magari non si vorrebbe più tirare fuori. Epoche, generazioni, frazioni di secondo finiscono lì incagliati, disponibili per chi desidera farsi uccidere dalla memoria.


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La madonnella

la forma della memoria 12/11/2007

 



Questa mattina il lungomare era spazzato da una tramontana gelida e diagonale. Mura feroci d’aria disumanizzavano il paesaggio; sembravano resistere soltanto i lampioni stile liberty – esili triarti levati in aria a offrire resa spontanea – : la massa ventosa si frangeva poi nel labirintico e compatto corpo di Bari. Una luce candida e vitrea dava alla scena un senso di magica reticenza: tutto fermo, confuso e sospeso. La spiaggia diffondeva sabbia a ondate, che s’innalzavano oltre le spalliere in sbuffi vaporosi, appananti la prospettiva del lungomare: là in fondo la curva marina della città si perdeva nel lucore abbacinante. I negozi chiusi, le macchine avanzanti al rallentatore. Quasi sentivo di trovarmi a camminare in mezzo ai condomini affacciati sul torbido Adriatico da un tempo indeterminato. Ma da quella visione il desiderio – al limite del dolore – di non voler abbandonare quei luoghi, la certezza che l’abbandono di quel mare, di quei palazzi alti tozzi e fascisti, mi avrebbe reso come orfano di una parte dell’anima. Sentire la mancanza di un luogo significa provarne la vera appartenenza. Quella mattina, soltanto il silenzio e il vento abitavano le strade della Madonnella.


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permalink | inviato da laserta il 12/11/2007 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa