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Ipotesi che non ho preso in considerazione

dispacci 2/4/2009




Uno. Piero Colaprico raccontava convinto, nell’estate 2008, che lo scrittore dev’essere preferibilmente giovane, coraggioso e in buona condizione fisica. Sembrava un ritratto piuttosto strano. Lui allora chiariva meglio dicendo che la difficoltà maggiore nello scrivere un romanzo è nella riserva di energie fisiche necessarie per: stare lunghe ore seduti; tenere i gomiti piantati sul tavolo; resistere ai crampi delle mani (o delle dita, se siete bestie scriventi sulla tastiera); mantenere la concentrazione; riprendere in mano le pagine, correggere, buttare, ricominciare...

Due. L’altra mattina il ragazzo e il bimbo stavano chiusi in bagno: il ragazzo al lavandino per finire di prepararsi, il bimbo per terra, seduto sopra un tappeto. Il silenzio arrivava con la medesima forza della luce cruda e tersa della mattina. Il ragazzo rimugina sugli stratagemmi di lavoro e convenienza indispensabili per sopravvivere. Il bimbo inserisce elastici multicolori per capelli dentro un barattolo trasparente. I movimenti di entrambi sono tesi al massimo della concentrazione. Due persone arrovellate su pensieri e gesti ossessivi, ma radicalmente lontani e isolati. Nessuno dei due sapeva più se l’altro era ancora presente.

Tre. La procedura domestica porta a scoperte inquietanti. L’evento minimo trasla in rivelazione quando il meccanismo si ripete identico sotto i nostri occhi ogni giorno. Preparare il latte, per esempio. Non so se capita solo a me, ma è praticamente impossibile evitare a una goccia di cadere fuori dalla tazza. Succede però in maniera imprevista: quando si versa dalla bottiglia alla tazza, oppure nel tragitto verso il tavolo, per non parlare di quando si inzuppano i biscotti. È indecente: almeno una goccia scappa sempre, puntuale, ogni stramaledetto giorno, al controllo più minuzioso. La ripetizione apre le porte alla legge del caos.